Cosa c’è di più bello di coronare il proprio sogno di atleta, partecipando alle Olimpiadi, in particolare quando queste si svolgono nel proprio paese, nella propria città e, in alcuni casi, nella stessa struttura in cui ci si è allenati per tutta una vita? Se poi in queste Olimpiadi così speciali sali anche sul podio, ecco che ogni dubbio in merito al quesito posto svanisce, lasciando spazio alla soddisfazione, alla gioia per un traguardo raggiunto, che non solo segnerà la storia sportiva di ogni singolo pattinatore, ma di un intero movimento, nel dettaglio quello italiano, che in passato solo due volte aveva assaporato il dolce profumo di una medaglia olimpica: Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio avevano infatti aperto la strada con il loro bellissimo ma anche sfortunato bronzo, colto alle Olimpiadi di Salt Lake City nel 2002, mentre a Sochi, nel 2014, la meravigliosa Carolina Kostner aveva raccolto il testimone dei due milanesi per aggiudicarsi uno splendido bronzo nella competizione femminile.
Nella foto Charlene Guignard/Marco Fabbri (ITA)

La medaglia di bronzo conseguita dalla squadra azzurra è stata più che meritata, poiché in questo strano quadriennio privo dei pattinatori russi, i nostri atleti avevano a più riprese dimostrato il loro grande valore, conseguendo medaglie e titoli particolarmente prestigiosi, dando ragione a una programmazione meticolosa e a un lavoro di allenamento di grande valore, sotto la guida dei nostri ottimi tecnici.
La gara a squadre olimpica è stata come tradizione decisa dallo short program, parte della competizione in cui la presenza di dieci atleti può creare fra le varie nazioni quella differenza in termini di punti, che giocoforza non può avvenire nel libero, dove gli atleti o le coppie alla fine sono solo cinque.
Nella foto Daniel Grassl (ITA)

In vetta alla classifica si sono immediatamente collocati gli americani, che hanno tratto vantaggio dalla solidità di un team che più che dal formidabile Ilia Malinin, è stato letteralmente trascinato da Madison Chock e Evan Bates, usciti vincitori sia pur di misura dal confronto diretto con i neocampioni europei Fournier-Beaudry/Cizeron. Nel libero, pur con l’avvicendamento di Amber Glenn al posto di Alysa Liu, il team a stelle e strisce ha veleggiato sicuro verso una vittoria che ha confermato quella di Pechino, ottenuta però a tavolino dopo che la squalifica della Valieva aveva confinato il team russo sul terzo gradino del podio.
La medaglia d’argento è stata ancora una volta appannaggio dal Giappone, che nel corto ha sfruttato la grande prestazione di Yuma Kagiyama, capace di staccare Malinin di dieci lunghezze. Il team nipponico ha saputo gestire la prevedibile emorragia di punti derivata dalla prestazione della propria coppia di danza, grazie anche alle splendide prove fornite dai campioni del mondo Riku Miura/Ryuichi Kihara, primi fra le coppie in entrambi I segmenti di gara.
Nella foto Lara Gutmann (ITA)

Gli azzurri hanno dovuto lottare come previsto con il team georgiano, ovvero una piccola Russia, essendo cinque, dei sei componenti la squadra, di nazionalità russa e il sesto, sì georgiano ma tecnicamente formato in quel di Mosca. Nello short program l’obiettivo era quello di “fare gara” giusto sui rappresentanti della nazione caucasica, immaginando di rimanere “a ruota” o addirittura di guadagnare un margine di vantaggio in qualche modo rassicurante. L’obiettivo in effetti veniva raggiunto poiché Guignard/Fabbri si lasciavano alle spalle i talentuosi coniugi Smolkin, al secolo Diana Davis e Gleb Smolkin, e Daniel Grassl superava agevolmente uno spento campione europeo Nika Egadze.
Lara Gutmann riusciva dal canto suo nell’impresa di sopravanzare la campionessa europea 2023 Anastasiya Gubanova, sempre molto nervosa nei momenti cruciali della competizione. Solo Sara Conti e Niccolò Macii non riuscivano a superare i recenti campioni europei Metelkina/Berulava, ma erano comunque in grado di stare loro in scia.
Nella foto Sara Conti/Niccolò Macii (ITA)

Nel libero i dirigenti federali, guidati magistralmente da Paolo Pizzocari, prendevano la saggia decisione di sostituire Grassl con Matteo Rizzo, che rispondeva con entusiasmo alla chiamata, sfoderando una prestazione eccezionale con la quale confinava Egadze alle proprie spalle. Era il segnale della resa georgiana e del trionfo azzurro, che si concretizzava con le ottime prove degli altri nostri atleti. Ecco che allora la medaglia di bronzo prendeva forma, a suggellare non solo le carriere dei nostri campioni, ma anche dei loro allenatori, Barbara Fusar Poli e Roberto Pelizzola, Barbara Luoni, Edoardo De Bernardis, Valter Rizzo, Debora Sacchi, Gabriele Minchio, e ancora Ondrej Hotarek, Stephanie Cuel e Linda Mariotti.
Nella foto Matteo Rizzo (ITA)

La cerimonia di premiazione, svoltasi in un’atmosfera resa quasi surreale dall’entusiasmo del pubblico e la commozione degli addetti ai lavori, rimarrà un ricordo indelebile, una pietra miliare, per tutti gli appassionati italiani, resi più che mai orgogliosi da pattinatori che con la loro dedizione e con la loro passione, hanno dato valore a un movimento che tra mille difficoltà ha saputo crescere talenti straordinari, rispettati dagli avversari e ammirati dagli appassionati di tutto il mondo. I georgiani si sono comunque consolati con un ottimo quarto posto, conseguito ai danni di una nazionale, quella canadese, che in questo format di gara si era imposta otto anni fa in quel di Pyeongchang.