Le terze Olimpiadi invernali disputate sul territorio italiano, dopo quelle di Cortina del 1956 e quelle di Torino del 2006, come è consuetudine hanno vissuto un momento particolarmente suggestivo allorchè sono andate in scena le competizioni del pattinaggio artistico, da sempre capaci di incoronare campioni che hanno fatto davvero la storia non solo del nostro movimento, ma dell’intero sport mondiale.
Nella foto Ilia Malinin (USA)

In effetti le gare andate in scena in quel di Milano per noi italiani sono state certamente emozionanti, anche perché hanno avuto svolgimento in una delle culle del nostro pattinaggio, ovvero quel Forum di Assago, ormai rimasto, purtroppo, l’ultimo “tempio” del pattinaggio su ghiaccio nella città di Milano. Tuttavia, da appassionati ed ex-atleti, si può dire che siano state comunque Olimpiadi tristi, visto che il movimento del pattinaggio mondiale è risultato in quel di Milano monco, decapitato della presenza dei pattinatori russi, come ipocritamente accade in tutte le competizioni internazionali da ormai quattro anni a questa parte. Non tragga in inganno la presenza di due pattinatori russi e di una bielorussa: la loro è stata una partecipazione fortemente condizionata e in taluni casi mal sopportata, stante le mille regole e divieti, cui sono stati sottoposti a differenza dei loro colleghi.
Fuori da ogni affermazione retorica, lo sport è gioia, è passione, ma anche sacrificio e dedizione, e chi pratica il pattinaggio lo sa bene: ore e ore di allenamento giornaliero e una vita, infantile, adolescenziale e giovanile, nella sostanza interamente dedicata allo sport che si ama. Impedire dunque di realizzare il proprio sogno di sportivo ad atleti che con scelte politiche del tutto esecrabili non c’entrano assolutamente nulla, è completamente sbagliato ed è triste constatare che, salvo rare eccezioni, i pattinatori non si siano compattati in difesa dei loro colleghi esclusi, così come hanno fatto altri sport, vedi per esempio il tennis, preferendo cinicamente e opportunisticamente ignorare il problema, sapendo che determinate assenze avrebbero certamente loro giovato in termini di risultato.
Nella foto Amber Glenn (USA)

Del resto nel pattinaggio l’assenza dei russi è determinante per la composizione delle classifiche: è come se nel basket venissero esclusi gli americani o nel calcio i brasiliani.
È vero che sul ghiaccio del Forum, come detto, hanno comunque pattinato grandi interpreti del pattinaggio russo, quali Pyotr Gumennik e Adeliya Petrosyan, ma è anche vero che la loro partecipazione è avvenuta in un clima palesemente ostile, frutto di una russofobia indecente, senza che i due pattinatori abbiano potuto svolgere come tutti gli altri pattimatori competizioni internazionali preparatorie, ricevendo peraltro valutazioni da parte dei giudici particolarmente condizionate da discese in pista premature e da punteggi dei components alquanto contenuti. Per esempio, nella finale del Grand Prix Junior di Torino del 2019 Gumennik ottenne punteggi nei components praticamente superiori a quelli ricevuti nello short program olimpico di Milano: a fronte di una naturale crescita fisica e di una acquisita maturazione tecnico-artistica, è normale tutto questo o è frutto di una valutazione a dir poco pregiudiziale?
È venuto il tempo di porre fine a questo assurdo bando, che chiaramente, in termini egoistici, piace a molti, ma che non ha alcun significato in termini di fair-play e di puro spirito sportivo. Vogliamo dunque che le Olimpiadi tornino davvero ad essere il sogno di chiunque si accosti al nostro sport, a prescindere da qualsiasi luogo di provenienza e da ogni eventuale pregiudizio religioso o politico.