Esattamente a distanza di vent’anni dall’ultima occasione, quella di Yevgeny Plyushenko a Torino 2006, l’oro olimpico della prova olimpica maschile di pattinaggio artistico è tornato ad essere appannaggio della scuola russa, più viva che mai nonostante sia ormai da anni vittima di uno sportivamente assurdo boicottaggio. Tutto merito di Mikhail Shaidorov, che nonostante la sua bandiera sia quella del Kazakhstan, ha come lingua madre il russo, la sede di allenamento in Russia e uno staff tutto russo, a partire dall’allenatore Aleksey Urmanov, splendido campione olimpico a Lillehammer ’94, per finire con il coreografo Ivan Righini, al secolo Ivan Bariev, pattinatore italo-russo di indubbio valore in un recente passato.
Nella foto Mikhail Shaidorov (KAZ)

Shaidorov, ventunenne di Almaty, la vecchia capitale del suo paese, con un libero eccellente, ha colto la vittoria forse più inattesa degli interi Giochi Olimpici, nel giorno in cui, parafrasando Wagner, si è verificata la totale, o quanto meno parziale, “caduta degli dei”. È vero che gli avversari hanno sbagliato moltissimo, se pensiamo alle controprestazioni di Malinin e Siao Him Fa, ma sarebbe ingeneroso non rendere il dovuto omaggio a un pattinatore che non è certo l’ultimo arrivato: che Misha non sia un carneade è testimoniato infatti da quanto è riuscito a vincere la scorsa stagione, ovvero l’argento ai Mondiali di Boston, successivo all’oro ai Four Continents di Seoul, traguardi preceduti dalla conquista di un prezioso argento ai Mondiali juniores del 2022.
Nella foto Mikhail Shaidorov (KAZ)

Solo quinto nel suo short program sulla colonna sonora del film “Dune”, a causa soprattutto di un’incertezza sul quadruplo lutz iniziale, in combinazione con il triplo toeloop, il campione kazako si è pienamente riscattato con un libero di gran valore tecnico e di buon contenuto artistico: in apertura, una perfetta sequenza triplo axel-euler-quadruplo salchow lasciava intendere che il suo era un vero e proprio stato di grazia, confermato da altri quattro quadrupli e un secondo triplo axel.
È così che in tutto il Kazakhstan è stata festa grande, poichè la sua medaglia d’oro ha portato alle stelle l’orgoglio della grande nazione ex-sovietica, ormai nel pieno sviluppo di un grande progresso socioeconomico. Shaidorov subito dopo la sua vittoria ha reso omaggio al compianto Denis Ten, splendido pattinatore, medaglia di bronzo a Sochi nel 2014, strappato troppo presto alla vita da una vile e fatale aggressione a mano armata di due delinquenti. Ricordiamo che anche Ten si era formato in Russia presso la scuola di Yelena Vodorezova-Buyanova, grande campionessa del passato, così come a Mosca aveva costruito i suoi successi l’altra grande rappresentante del pattinaggio kazako, quella Elizabet Tursynbayeva, che sotto la guida della ormai leggendaria allenatrice Eteri Tutberidze, nel 2019 era stata vicecampionessa del mondo ai Mondiali di Saitama e nello stesso anno argento ai Four Continents di Anaheim.
Nella foto Ilia Malinin (USA)

Il grande sconfitto è stato certamente Ilia Malinin, su cui tutti scommettevano per una seconda consacrazione olimpica, facente seguito a quella del team event. Dopo uno short privo di esitazioni, chiuso con cinque lunghezze di vantaggio su Kagiyama, lo statunitense di origini russe è incorso nel peggior programma libero della sua carriera, inanellando una serie di errori e di incertezze, che nessuno mai si sarebbe atteso: dopo un promettenete quadruplo flip iniziale, Ilia eseguiva solo semplice il previsto quadruplo axel, finendo poi per cadere due volte, dapprima in un quadruplo lutz previsto in combinazione e poi in un quadruplo salchow ridottosi a doppio. Alla fine, colui che a ragione viene soprannominato il “Dio dei quadrupli” concludeva il libero in un disastroso quindicesimo posto, che lo precipitava all’ottavo posto finale, giusto davanti al nostro Daniel Grassl, che dopo un grande short chiuso in quarta posizione, anche a causa di cattive condizioni fisiche non era meglio che ottavo nel libero, lontano dunque da un possibile podio.
Nella foto Yuma Kagiyama (JPN)

Podio su cui invece saliva senza grossi meriti Yuma Kagiyama, ripetendo dunque il risultato di quattro anni fa. Brillante nel suo short program chiuso al secondo posto, l’allievo del padre Masakazu e di Carolina Kostner ha difeso nel libero la sua posizione facendo leva su generosi components, utili a compensare un punteggio tecnico modesto, a causa della caduta nel quadruplo flip e dagli arrivi incerti nel quadruplo salchow iniziale e nel quadruplo toeloop.
Nella foto Shun Sato (JPN)

Buon per lui che il connazionale Shun Sato, terzo nel suo libero sulle note de “L’Uccello di Fuoco” di Stravinski fosse troppo attardato per completare la rimonta, complice un nono posto nello short, frutto dell’errore nella combinazione: per lui vi era comunque la soddisfazione di una bellissima medaglia di bronzo, forse insperata alla vigilia Avrebbero probabilente meritato di salire sul podio il coreano Junhwan Cha, quarto alla fine, ma splendido nel suo libero sulla versione di “Balada para un Loco” di Astor Piazzolla, cantata dall’indimenticata Milva, e il russo Pyotr Gumennik, al quale un con lui severissimo pannello tecnico ha sottratto i punti necessari per rimontare dal dodicesimo posto di uno short sfortunato, pattinato per primo sul ghiaccio, ma comunque impreciso nella combinazione. In gara vi era anche Matteo Rizzo, che ha chiuso a un non soddisfacente quindicesimo posto: del resto le pile erano come si suol dire scariche, esaurite nella sua fenomenale esibizione del team event.